Statua Kali

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Statua in metallo raffigurante Kali,altezza cm 22, fusione unica.

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Descrizione

La  rappresentazione della compagna di Shiva, la crudele e selvaggia Kali, danza sul cadavere del Dio, incontrollata e incontrollabile, tremendamente libera nel suo potere dirompente. Quanto diversa da Sati, precedente incarnazione della Dea come sposa fedelissima di Shiva, che si era immolata nel fuoco per protestare contro l’oltraggio fatto dal padre di lei Daksha, che aveva escluso il genero da un grande sacrificio e l’aveva pesantemente insultato! In questa immagine inquietante Kali rappresenta la natura potente del femminile che genera e distrugge mentre Shiva incarna l’aspetto statico dell’universo. Il mondo patriarcale tentò di fornire una spiegazione allo scandaloso sovrastare della Dea, retaggio di tempi antichissimi: Shiva si sarebbe steso ai suoi piedi affinché Kali, accorgendosi che stava per calpestare il suo sposo-dio, arrestasse la sua furia distruttrice e sregolata. Ma tale interpretazione è assai poco convincente.

A differenza di altre culture, l’India non ha rimosso dal Divino nessun aspetto scomodo o riprovevole: la Dea tremenda e ripugnante esplicita la coraggiosa consapevolezza della presenza dell’ombra tenebrosa nelle profondità dell’Essere, sia esso il mondo o la psiche umana. Inserire l’orrido nel contesto sacro, rappresentandolo in alcune forme della Dea, rende possibile fronteggiarlo e reintegrarlo, invece di reprimerlo o rimuoverlo. Dunque Kali, incontrollabile pulsione primordiale, pericolosa e destabilizzante, rappresenta la trasgressione e l’eccesso. Ma con un fine: quello della liberazione. Nata da Durga durante il combattimento con il demone Raktabijaya affinché ne leccasse le gocce di sangue prima che potessero toccare terra e trasformarsi in altri demoni, Kali ha un’oscena lingua rossa. Emblema del tempo a cui nulla sfugge, nuda perché libera da ogni illusione terrena, avvolta di notte eterna e quindi chiamata la “Nera”, è crudele e feroce. Il suo urlo letale e la folle sghignazzata mentre si diletta di massacri terrorizzano i nemici. I crematori sono il suo terreno di elezione e schiere di spettri e di mostri le fanno corteggio. Eppure i suoi devoti la chiamano Kali Ma, Kali “Madre”, perché ella salva dall’oceano doloroso delle reincarnazioni coloro che hanno il coraggio di guardare nelle buie profondità del loro essere per cercare, malgrado tutto, un senso ulteriore dietro il sabba delle ombre.

Parvati e Kali rappresentano i due estremi di quella che è la Shakti, la divina potenza femminile tramite cui l’Uno si proietta nel molteplice, espandendosi e diversificandosi nella natura. Da essa ogni cosa dipende: per questo si dice che Shiva senza Shakti è shava, un “cadavere”, giocando sul simbolismo delle lettere dell’alfabeto sanscrito che vede nella vocale “i” l’essenza sottile vibrazionale e sonora della Dea.

Ed è alla Shakti che gli dei si rivolgono quando sono in pericolo. Nell’eterno dinamismo della vita, alimentato dalla tensione fra le polarità, il predominio dei deva – i signori della luce – è continuamente minacciato dalle loro controparti oscure – gli asura – e l’esito della lotta non è mai completamente scontato. E’ la qualità e l’intensità del furor a determinare la vittoria; se il termine qui usato e preso in prestito dal latino può essere tradotto con “furore”, le gamme del suo significato sono molto vaste e spaziano dalla rabbia asfittica e meschina che contrae ed impoverisce chi la prova fino all’ira funesta, divino sdegno che insorge contro il disordine e l’ingiustizia, l’adharma, termine sanscrito che si contrappone al dharma, la Norma che informa di sé ogni fenomeno ed essere, che conforma la società ed ogni tipo di relazione e trasforma coloro che ispirano ad essa la loro vita.

L’ira divina è incarnata nel mondo hindu da Durga:

“Avendo udito le parole degli dei (che erano andati a lamentarsi dei soprusi dei demoni) Vishnu e Shiva si infuriarono, i visi distorti e le sopraciglia aggrottate. Quindi dal volto di Vishnu carico d’ira emanò un ardente splendore ed anche da quelli di Brahma e di Shiva. E dal corpo di Indra e degli altri dei emerse incontenibile fulgore e si condensò in un unica forma. Un’ignea massa enorme come una fiammeggiante montagna che riempiva il firmamento con le sue fiamme videro allora gli dei. L’ardore impareggiabile nato dal corpo di tutti gli dei, concentrato e pervadente i tre mondi con il suo splendore, divenne una donna”.

Il “Devimahatmya”, una delle celebrazioni più significative della Dea, inclusa nel “Markandeyapurana” – un’opera devozionale del V/VI sec. d.C., il cui nucleo è costituito dalla lotta contro i demoni –  spiega così la nascita di Candika, la “Furiosa”, l’aspetto più feroce di Durga.

Durga, il cui nome significa “Colei che è difficile da raggiungere”, è in questo mito ritenuta il prodotto della collera degli dei sdegnati dalla tracotanza dei demoni e appare ancora una volta subordinata al maschile nella tradizione patriarcale brahmanica. E’ un po’ come Eva che nasce dalla costola di Adamo. Per meglio esorcizzarne la scomoda autonomia, la dea – che doveva la sua invincibilità al potere erotico del suo essere vergine – fu sposata a Shiva e non bastando che fosse moglie sottomessa, la si volle considerare anche come figlia devota che torna annualmente in visita alla casa paterna nella festa di Dashahara.

Tuttavia, in altre più numerose e corpose sezioni del “Devimahatmya” è evidente come invece sia Lei la Suprema Shakti e che abiti il corpo delle divinità maschili come loro intima essenza.

“Tu sei la suprema Madre, il sostegno del mondo, quel mondo creato da Te, da Te protetto, o Dea, e sempre da Te dissolto alla fine del tempo. Tu sei la suprema conoscenza, la grande illusione, l’insondabile intuizione, l’immensa memoria. Qualsiasi cosa esista in ogni tempo ed in ogni luogo, sia reale od irreale, o Tu che pervadi ogni cosa con il tuo spirito, di tutte Tu sei l’intrinseco potere”.

Il suo potere indomito e pericoloso adombra un inquietante aspetto della Grande Dea primordiale: l’inarrestabile procedere della vita che travolge tutto ciò che ne ostacola il fluire. Dotata di otto, dieci o più braccia e munita delle armi degli dei principali, Durga esprime con questa profusione di arti l’immensa forza divina e la rapidità dell’azione colta come in fotogrammi. La sua cavalcatura é la tigre o il leone, animali considerati invincibili e naturalmente predisposti al combattimento proprio come lo é la Dea.

Onore a Te, nera e casta vergine che dispensi grazie, il cui aspetto è simile al sole appena sorto, il cui volto é simile alla luna piena, o Tu dalle quattro braccia e dai quattro volti, con pieni ed alti seni, con bracciali di piume di pavone alle braccia.

Tu risplendi come un loto, o Dea: o Tu che ti muovi in cielo, immagine di casta purezza, nera come scuri nembi, il tuo volto é puro splendore. Ampie sono me tue due braccia, come uno stendardo. Donna immacolata fra le donne del mondo, nata dal loto, che porta un vaso ed una campana, un laccio, un arco, un grande disco e varie armi, adorna di orecchie di forma perfetta e begli orecchini, risplendi o Dea con un volto che rivaleggia con la luna.

Splendente con un diadema variopinto, con una fascia per i capelli, splendente con un abito di cappucci di serpenti ed un cordone di fili con il tuo intreccio di serpenti risplendi come il monte Meru. Con il tuo stendardo issato di code di pavone sei splendenteDa che Tu hai intrapreso il voto di castità il trimundio (terra, admosfera, cielo) é purificato. Per questo ti si rende gloria, o Dea, e persino i trenta grandi dei ti adorano perché Tu proteggi il mondo, Tu che hai distrutto il demonio Mahisha”. (“Mahabharata” –  Durga Stava, inno in onore di Durga)

Del suo essere bellicoso e feroce testimoniano i sacrifici umani un tempo compiuti in suo onore e, oggi, quelli animali che in alcune parti dell’India le vengono ancora tributati: la Dea infatti necessita sangue per ripristinare le forze esaurite nella lotta contro i demoni.

Il sangue nella cultura hindu, essendo associato sia alla vita che alla morte, è considerato al tempo stesso fonte di riscatto e di contaminazione. Versarlo in seguito ad un’azione violenta – anche legittima come la distruzione dei demoni – rende impuri e per questo gli dei, temendo di decadere dallo stato incontaminato che li tutela e li rende potenti, demandano alla Dea il compito di uccidere. Ella è avvezza al contatto con il sangue, come tutte le donne: impure durante il periodo mestruale, ma potenzialmente fertili finché il ciclo permane, esse vivono sulla loro pelle l’ambivalenza del rosso fluido. Il convincimento che nel sangue risieda la forza vitale fa sì che in certi ambiti tribali la stagione agricola venga ancora adesso inaugurata aspergendo i campi con sangue di animali sacrificati.

Dunque Durga lotta contro i demoni, Mahisha, l’asura nascosto dentro le spoglie di un bufalo feroce, e Shumbha e Nishumbha, ricchissimi e potenti, che però non possedevano, come fecero notare i loro due attendenti Chanda e Munda, la cosa più splendida dell’universo e cioé la dea Ambika ovvero Durga. Shumbha decise pertanto di chiederla in sposa, ma Ambika annunciò che si sarebbe unita solo con colui che sarebbe stato in grado di vincerla in battaglia. Vennero quindi mandati contro di lei Chanda e Munda, che furono annientati da Kali nota da quel momento anche come Chamunda, sterminatrice di Chanda e Munda. In seguito Durga annientò Nishumbha e con l’aiuto delle shakti dei principali dei riuscì con grande fatica ad avere ragione anche di Shumbha. Durga è dunque la virgo e la virago:

Kali la Nera, che danza sul cadavere di Shiva (ben diversa da Sati che moriva per lui!) personificazione della rabbia urlante e mortifera che scaturisce dalla mente di Durga per salvarla dalla proliferazione demoniaca, e che è Candika, la “Furiosa”, ad una lettura moderna può apparire come l’estrinsecazione di una rabbia atavica covata nel profondo dell’essere femminile, angariato da millenni di sopraffazione. Ma quando tale emozione tracima nelle odierne figlie della Dea, spesso lascia dietro di sé l’amarezza devastante dei sensi di colpa per avere agito qualcosa di estraneo alla visione idealizzata di un femminile sempre e comunque remissivo e dolce. Affermare il diritto alla rabbia e accoglierla nella propria costellazione espressiva richiede alle donne un lungo lavoro di riassetto del sentire. E la vicenda di Durga indica come la rabbia da vendicativo sfogo personale possa e debba trasformarsi in ira, quell’ira funesta che nasce dallo sdegno per l’ingiustizia e diventa strumento di battaglia su più ampia scala.

Allora nell’antico mito della Durga guerriera che distrugge il demone Mahisha possiamo vedervi ai giorni nostri simboleggiata la lotta ai condizionamenti, ai luoghi comuni, alle gabbie che imprigionano le donne, non solo nel mondo che le circonda, ma anche e soprattutto nella loro mente

 

 

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